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Pmi, i manager che fanno crescere all’estero

MANCA ANCORA IN MOLTI IMPRENDITORI IL CORAGGIO DI CAMBIARE UNA CULTURA FOSSILIZZATA. IL TEMA È IL SALTO VERSO UNA COMPLETA INTERNAZIONALIZZAZIONE CHE SE PRIMA ERA SOLO UN’OPPORTUNITÀ, ORA È UNA NECESSITÀ

Valentina Conte

Roma Grandi competenze, scienziati dell’artigianato, prodotti d’eccellenza. Eppure ancora provinciali, arrangiati, culturalmente lontani dalle piste del commercio globale. Il capitalismo all’italiana, potremmo dire. Piccole e medie aziende a ritmo familiare: capannoni a volte malmessi, sperduti nelle montagne della Brianza come della Bassa, odore di ragù, buona volontà, ottimi manufatti che il mondo ci invidia. E che però non girano oltreconfine, o lo fanno in percentuali troppo marginali, ancorati come sono a schemi locali e dinamiche domestiche. L’internazionalizzazio-ne è una parola distante dal cuore delle pmi tricolori, ma oggi indispensabile e vitale per cambiar pelle, superare la crisi e gestire la transizione. Manca la cultura, abili manager sono a spasso, la consulenza è tabù, dicono gli esperti. Le “ali tarpate del made in Italy”, le definisce un recente Rapporto del Centro studi di Confindustria e Prometeia. Una definizione che spiega cifre impietose: 51 miliardi di vendite all’estero nel 2011 (il 14% di tutto il manifatturiero italiano), a fronte di 136 miliardi di euro di importazioni che i 30 principali nuovi mercati emergenti sono disposti a mettere sul piatto da qui a cinque anni. Rispetto ad oggi, 44 miliardi in più, per un terzo trainati da Russia (vale quanto il Sud America), Cina ed Emirati, di cui 3 destinati al “bello e ben fatto” italiano. Sapranno approfittarne le nostre pmi? Micro e piccole in 9 casi su 10, dice il Rapporto, dinamiche,

presenti alle fiere internazionali, con grandi potenzialità in termini di “reputazione” dei marchi. Ma con «diversi limiti strutturali», come l’assenza di grandi canali distributivi, la difficoltà a contrastare dazi doganali e barriere commerciali nei paesi emergenti, scarsa dimestichezza con le tecnologie e i canali di commercio online. Ma anche la pessima o quasi nulla padronanza delle lingue, primo forte ostacolo, e soprattutto una mentalità lontana dai meccanismi globali. «Bravi artigiani, ma zero imprenditori », riassume Peppino Marchese, presidente di Iang, una delle poche società di consulenza di management italiane che operano per traghettare le pmi italiane sul sentiero virtuoso della internazionalizzazione. «Quando arriviamo in azienda non troviamo manager da formare, piuttosto capifamiglia, con la moglie in contabilità e i figli nel marketing, da affiancare. Questa è l’Italia. L’80% del Pil è fatto da aziende così». Marchese racconta di splendide realtà, quasi arcaiche, ma d’eccellenza. «Come il salumificio di Novara, un terzista di Rovagnati. Ottimi insaccati, ma zero capacità di creare un proprio brand che potesse valere anche all’estero. Morto Rovagnati, sembrava finito il business. Poi li abbiamo aiutati a rifornire l’esercito francese. Così l’azienda che fa stampaggi di lamiere per Piaggio a Pontedera. Spaesata quando l’azienda si è spostata in India. Oggi ha una “joint venture” con gli indiani: loro mettono i capannoni, gli italiani l’eccellente knowhow. Un’altra piccolissima impresa familiare che faceva sciarpe extra-lusso per Missoni che si vendono in via Montenapoleone: marito e moglie con 3-4 dipendenti e i loro telai, prodotto straordinario che però non decollava in modo autonomo. Così l’azienda del bresciano che assembla componenti elettroniche per la Ferrari, ma non sa neanche dov’è la Ferrari, per dire ». Cosa manca alle pmi italiane per il grande salto? «Non certo i manager di qualità. Causa crisi, ce ne sono molti, faticano a ricollocarsi e oggi pure low cost », spiega Roberto Giovannini, partner di Kpmg. «Manca il coraggio di cambiare una cultura fossilizzata. E l’esperienza a lavorare in un contesto internazionale che si acquisisce solo provando, sbagliando e riprovando. Ma l’esperienza si può anche comprare. Il tema è il salto culturale. Se prima era un’opportunità, ora è una necessità. Le rendite di posizione in Italia traballano, le quote di mercato sono erose sempre più da Turchia e Cina. Ma vedo ancora troppa titubanza. E questo ci penalizza, soprattutto rispetto alla Germania. Ma dobbiamo fare in fretta, perché anche i paesi emergenti tendono a proteggere le proprie risorse». Per qualcuno la “favola” però c’è stata. «Esportiamo dal 2000 e da export e joint venture ormai è legato il 70% del nostro fatturato », racconta Rodolfo Albini, bolognese di 55 anni, presidente di Air-Tec, una piccola azienda con 17 dipendenti, nata nel ’92 e specializzata in un prodotto di nicchia, la movimentazione delle polveri attraverso un sistema “verde” ad aria compressa. «In pratica un tubo che richiede bassa manutenzione, ecologico, senza supporti meccanici, in grado di trasportare i croccantini del pet-food, il latte in polvere o il cartongesso come fa un’azienda di Israele, o la sabbia di Maranello per la fusione del motore della Ferrari, piuttosto che la miscela per fare il vetro, le ceneri per il teleriscaldamento di Bologna, o il cemento per una diga in Iran. Con molta pazienza, siamo in 50-55 paesi nel mondo, pronti per il Brasile, dopo l’Australia, Singapore, Taiwan, Giappone e Corea. Il segreto? Avere tempo, stare sul posto, studiare la situazione, coltivare rapporti, conoscere le lingue. E osare». [ LA RADIOGRAFIA ] Nella tabella a sinistra, le imprese manifatturiere esportatrici per area geografica e per dimensione

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